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  Il Centro Dantesco è un'attività culturale della Provincia Bolognese dei Frati Minori Conventuali (Ente ecclesiastico civilmente riconosciuto con R.D. 7 marzo 1932), inaugurata a Ravenna alla vigilia del VII Centenario della nascita di Dante Alighieri, da padre Severino Ragazzini (1920-1986). «Accanto alla tomba di Dante, che mette a contatto con Dante morto – amava ricordare il fondatore –, volevo creare un centro dantesco che mettesse a contatto con Dante vivo. Insomma, volevo unire Sepolcro glorioso (con i resti mortali dell'Alighieri) e Centro Dantesco con gli scritti del Poeta che ancora lanciano messaggi all'umanità. Così il Centro Dantesco avrebbe dato voce ad un sepolcro».
Erede dell'antica familiarità tra Dante e l'Ordine francescano (dai rapporti con la comunità minoritica della natia Firenze come con quella di Ravenna, città dell'"ultimo rifugio", alla divulgazione della sua opera da parte di frati minori come Giovanni Bertoldi da Serravalle, Antonio d'Arezzo, Pietro da Figino e, in tempi più recenti, Baldassarre Lombardi e Stefano Ignudi) il Centro fonda la sua attività sulla dichiarazione – espressa per la prima volta da Papa Benedetto XV nell'enciclica In praeclara summorum (1921) e poi ripresa da Papa Paolo VI nella lettera apostolica Altissimi cantus (1965) – che "Dante è nostro". Ma, come quest'ultimo si affrettava a precisare, «ciò affermiamo non già per farne ambizioso trofeo di gloria egoista, quanto piuttosto per ricordare a noi stessi il dovere di riconoscerlo tale, e di esplorare nell'opera sua gli inestimabili tesori del pensiero e del sentimento cristiano, convinti come siamo che solo chi penetra nell'anima religiosa del sovrano Poeta può afondo comprenderne e gustarne le meravigliose spirituali ricchezze» (11). Una responsabilità dunque e un impegno al quale il Centro vuole continuare ad essere fedele, ogni giorno testimone di come – per usare le parole di un altro Pontefice, il Papa Giovanni Paolo II – «a distanza di quasi sette secoli l'arte di Dante, evocando sublimi emozioni e supreme certezze, si rivela ancora capace di infondere coraggio e speranza, orientando la difficile ricerca esistenziale dell'uomo del nostro tempo verso la Verità che non tramonta» (Parole al termine della lettura dantesca da parte del prof. Vittorio Sermonti, Castel Gandolfo, 31 agosto 1997).
 
     
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